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June 12 In quei giorni, il Folle interruppe la sua meditazione, e così parlò ai suoi discepoli: “Rammentate! Non esiste essenza alcuna! L’apparire soltanto è il mezzo per l’essere, perciò vi dico: curate l’apparire, e sarete. Colui che vorrà apparire magnanimo, sarà magnanimo. Colui che vorrà apparire malvagio, sarà malvagio”. Così parlò, e intorno a lui i discepoli molto si stupirono delle parole che aveva proferite. E dacché il dubbio e la costernazione erano ancora in loro, Egli si accinse a esporre il suo insegnamento per parole semplici, e raccontò loro una parabola: ”Vi era, al mercato, una vecchio. Egli comperò un sacco ricolmo di grano e, appoggiatolo sulla debole spalla, si avviò verso la sua dimora. Ma il passo era lento e faticoso. Un giovane lo vide, ma non si preoccupò per lui, né per il giudizio della folla: e passò oltre. Un altro giovane lo vide, e non si preoccupò per lui; ma molti fra quelli che erano là lo conoscevano, e volendo dimostrare loro di possedere carità e virtù, con parole gentili e umile sguardo si offerse di aiutare il vecchio. E avendo questo accettato con molta gioia, portò sulle sue forti spalle il sacco di grano finché non furono giunti alla dimora del vecchio. E il vecchio e quanti lo videro lo tennero per giovane caritatevole e virtuoso. Ora, pensate voi che, avendo il primo giovane agito non curandosi dell’apparire, sia forse egli più lodevole del secondo? E chi pensate sia stato di maggiore utilità e beneficio?”. June 06 Le nonne. Una delle due, quella paterna, era straordinaria per me per le sue polpette. Uniche, davvero. Lei abitava un po’ lontano dal mio paese, perciò andavamo a trovarla circa una volta ogni due settimane, ma è capitato anche che andassimo una sola volta in un mese. Questo ha impedito in qualche misura che avessi una gran confidenza con lei, ma d’altro canto rendeva più desiderabili le sue polpette. Il suo pranzo domenicale era molto abbondante dal mio punto di vista, ma io avrei volentieri fatto a meno di tutto il resto, saziandomi esclusivamente di quello che era considerato come “antipasto”. Devo ammettere che col tempo ho cominciato a temere di dimostrarle troppo poco affetto a causa del mio atteggiamento, ma lei non è mai cambiata nei miei confronti. Con l’altra nonna era diverso. Non ho mai avuto questa preoccupazione. Lei abitava sotto casa mia. Praticamente sono cresciuto con lei. Abbiamo fatto tante cose assieme. Finché ha potuto, mi ha aiutato con i miei compiti a casa, per esempio. Abbiamo anche trascorso tanti gloriosi pomeriggi in intrepide battaglie a cuscinate. Ricordo che a volte mi rinfacciava ridendo che le assestavo colpi troppo forti, e mi invitava a contenermi un po’. Però subito si rifaceva ricorrendo a scorrettezze di vario tipo, diciamo così. Poi, le facevo leggere i libri che leggevo io. Anzi, quelli che a me piacevano. E insistevo perché le leggessi personalmente le parti più interessanti. Sì, perché ho sempre avuto questa tendenza a voler condividere tutti i miei piaceri con gli altri, e restavo estremamente deluso quando le persone guardavano con indifferenza o disprezzo alle cose di cui io ero tanto entusiasta. Ancora adesso è così, in parte. Comunque, con la nonna questo non accadeva quasi mai. Al contrario, si dimostrava interessatissima a tutto ciò che le proponevo, e passavamo del tempo anche a discutere delle nostre letture. Lei mi ha sempre ripetuto che ha imparato molto da me. Dice di aver fatto quello che non aveva fatto in gioventù, e di essersi fatta un po’ cultura solo in vecchiaia. Ma anche io ho imparato tante cose da lei. Alcune piuttosto buffe. Per esempio, ho imparato che, per qualche strana ragione, le femmine avevano la notevole abilità di notare per prima cosa ciò che in te stava messo peggio in quel momento. - Lavati i denti! Non lo sai che le femmine per prima cosa guardano i denti? - Tagliati le unghie! Non lo sai che le femmine guardano le mani, prima di tutto? - Pulisciti le orecchie, ché le femmine guardano per prima cosa le orecchie! Io a questi ammonimenti restavo un po’ perplesso, ma non mettevo in dubbio la veridicità di quelle parole, un po’ perché lei aveva una certa età e doveva avere una certa esperienza, un po’ perché lei stessa era una donna. Tra l’altro, avevano anche un certo effetto su di me, perché, per quel che ricordo, mi sono sempre preoccupato molto del giudizio delle femminucce. Già. Non so gli altri maschietti, ma io fin dai tempi dell’asilo ho trovato meraviglioso l’altro sesso: ai miei occhi, le “femmine”, dalle mie coetanee in su, erano delle creature stupende, e pensavo che sarebbe stato infinitamente bello trascorrere del tempo con qualcuna di loro. Ma ovviamente ciò non accadeva, perché ero timidissimo, soprattutto con loro. Una parte di me, infatti, trovava abbastanza assurdo che esseri così belli ed aggraziati potessero trovare piacevole la presenza di cose brutte e goffe quali erano per me i maschi, e io in particolare. Per non parlare di quando mi accorgevo di aver dimenticato di tagliare le unghie, per esempio. E così, mentre gli altri correvano e sudavano in cortile, io fantasticavo sulla più carina della classe. Mi scusi dottore, finisco a parlare sempre dello stesso argomento. May 21
Notte. Buio. Freddo. Freddo che giunge da fuori, che supera le calde mura domestiche, che s’insinua spietato oltre la pelle e la carne per arrivare fin nelle ossa. E freddo che emana da dentro. Che attanaglia la mente. Spietato come un deserto quando cala la luce del sole. Quando è Notte. Ma una notte dura solo una notte. Il Freddo, questo freddo, è perpetuo. E si inasprisce sempre più. Frena ogni tuo minimo movimento, ti costringe a rannicchiarti su te stesso, in cerca di un barlume di calore che si rivela presto effimero. E non ti lascia la speranza di una nuova alba all’orizzonte. E ti guardi intorno, e non c’è che una landa fredda e desolata, e tutto ciò che la popola non è che puro silenzio, e ghiaccio. Bianco e impassibile e muto ghiaccio. Vitrea lapide di un mondo che era calore, dinamismo, energia. E che ora giace per sempre immoto e immutato sotto uno spesso manto di gelo. Limpida tomba che lascia il defunto alla mercè dello sguardo. Frigido museo in cui scruti le cose nelle loro teche di ghiaccio. E le studi sotto tutti i profili, da ogni angolazione, attentamente, con calma. Con tutta la calma di quel mondo vuoto e imperturbabile. Con tutta la calma di chi ha davanti a sé molto tempo. Troppo tempo. Con tutta la calma di chi intuisce che anche il tempo sia congelato come tutto il resto. Studi quelle figure diafane senza che possano più minimamente toccarti, smuoverti, turbarti. Riesci a seguirne i contorni ora chiari, a cogliere quella visione totale che sfuggiva nel consueto moto caotico. Le osservi, ormai inermi, e tutto ciò che vedi non è che scarna e fredda nudità. Nulla più resta della loro vitalità, immobili e incorruttibili dietro quelle severe e nitide pareti. E scopri che le cose non hanno più il minimo significato. Ricordi, emozioni, passioni, progetti, speranze. Nient’altro che grottesche immagini senza senso. E nient’altro resta che il Silenzio. Il Buio. Il Niente.
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